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Connessi custodi fratelli: 50 anni di Caritas per abitare il futuro

 

La Caritas italiana nacque nel 1971 su sollecito di Paolo VI, il papa sensibile ai cambiamenti radicali della società, che scrisse due encicliche rivoluzionarie: la Populorum Progressio (1967) e l'Octogesima Adveniens, quest'ultima giusto pochi mesi prima della nascita della Caritas (1971).
Leggere quei documenti significa ancor oggi abbeverarsi ad uno spirito innovatore, respirare una ventata di aria pura, essere trasportati in una dimensione di lotta evangelica che non può non portare frutto. La Caritas nacque in quel contesto, sotto la spinta feconda del Concilio Vaticano II.
Savona raccolse subito l'invito alla creazione di una Caritas diocesana che, fin dall'inizio, rappresentò la punta avanzata di idee, comportamenti, istituzioni che incisero non poco sul profilo della nostra città. Itinerari di studio e di formazione, strutture al servizio dei più fragili, in specie i migranti interni alla nostra nazione, doposcuola, case famiglia, comunità di obiettori di coscienza, da cui sarebbero nate in seguito cooperative sociali che avrebbero sostituito in maniera più efficace ciò a cui il volontariato aveva dato inizio con grande entusiasmo. La Caritas ha sempre abitato il futuro. Ha sempre avuto la capacità profetica di anticipare i tempi e per questo motivo di essere pronta ad ogni tipo di emergenza. Lo vediamo ancor oggi, in occasione di disastri, guerre ed emergenze umanitarie. Lo vediamo, trovandola in prima linea nell'accoglienza e nel sostegno ai nuovi migranti. Il motto che è stato scelto per questo anniversario va precisato. Rappresenta una ulteriore occasione per riflettere.

Cosa significa “connessi”? Oggi questo termine ha un sapore squisitamente informatico, elettronico. Sono connesso se sono inserito nella rete mondiale di comunicazione attraverso un computer o con il mio telefono cellulare; se faccio uso di quegli strumenti di comunicazione detti “social media” e così via. Ma “connessi” potrebbe anche significare essere collegato alla realtà circostante, essere in sintonia con il mondo esterno, in relazione con le persone e le cose con le quali, direttamente o meno, consapevolmente o meno, siamo in una relazione di reciproca dipendenza. La recente pandemia ce lo ha ampiamente dimostrato o almeno ricordato. In questo modo, la connessione elettronica può diventare davvero uno strumento di straordinaria efficacia per comprendere ed agire sul mondo esterno, creare e rafforzare le relazioni umane, superare i limiti imposti dalla nostra inevitabile collocazione spazio-temporale. Altrimenti la semplice connessione web non sarà che una ulteriore e pericolosa forma di individualismo e i cosiddetti “social media” caricature della realtà delle relazioni umane. “Illusione di comunicazione”, la definisce Papa Francesco nella sua enciclica Fratelli Tutti (n. 42).

Custodi”. Si custodiscono cose preziose. Memorie. Affetti. Si custodisce di fronte al rischio della perdita e dunque, custodire diventa un compito, un dovere. L'avaro custodisce il proprio denaro, lo conserva, non lo spende, lo nasconde per timore che qualcuno glielo chieda anche solo in prestito... Molto diffuso oggi, un simile atteggiamento. Nel nostro caso, la Caritas si pone come custode di valori che stanno scomparendo, considerati desueti, improponibili, astratti, utopistici. La sindrome individualista che sta soffocando la nostra

società impedisce l'esercizio di quel sensus communis che i filosofi consideravano la base di ogni possibile ragionamento, morale o politico.
Troppo spesso oggi il povero è considerato una zavorra di cui sbarazzarsi, quando non un vero e proprio aggressore dei propri privilegi. L'aiuto al povero arriva ad essere sanzionato come un reato, una complicità con l'aggressore. Il linguaggio è manipolato ad arte per creare la confusione che fa comodo a chi decide di cavalcare il rancore (si pensi alla identità di significato fornita dai politici e media mediocri fra i termini “clandestino” e “migrante”). Abbiamo una società di vecchi ma avara di bambini e che rifiuta ostinatamente l'arrivo di quei giovani di cui ha bisogno per non morire... Molto altro ci sarebbe da dire sulla nostra società profeticamente già definita, più di mezzo secolo fa, “folla solitaria” (D. Riesman), afflitta oggi da una ulteriore solitudine impensabile allora: la difficoltà a relazionarsi con gli esseri umani. La diffidenza che si è ingenerata nei confronti dell'altro ha addirittura creato forme grottesche di relazione con gli animali, antropomorfizzati fino al ridicolo.

Dunque la Caritas diviene custode dei valori più ovvi della vita umana: l'aiuto a chi lo necessita e la mescolanza, che oggi diciamo integrazione. Come in biologia, la mescolanza è un fattore che irrobustisce la società, come dimostrano la nostra stessa storia e la nostra cultura, così ricca e così affascinante proprio perché stratificata, integrata, impastata con altre e tutt'altro che omogenea.
Fratelli”. Al n. 101 della suddetta enciclica, Papa Francesco esorta ad “Andare oltre un mondo di soci”. Notevole puntualizzazione che ci serve per illuminare definitivamente l'ambiguità dei termini di cui sopra. Si può essere connessi -in rete, come si dice- senza essere minimamente una comunità, ma semplicemente uniti nel perseguire i propri interessi economici. Nel momento in cui ciò non avvenisse più, o se si prospettassero altrove migliori prospettive di incremento dell'utile, il sodalizio cesserebbe. I soci non sono fratelli, ma semplicemente una aggregazione di persone che hanno trovato (finché dura) il modo di accrescere, difendere, custodire il proprio esclusivo interesse personale insieme ad altri che condividono le stesse finalità. Il socio “si connette” e “custodisce” solo ed esclusivamente per sé. Una forma di egoismo collettivo.
La fraternità sta su un altro piano, incompatibile con questo modello. Incompatibile con i modelli che la società e la politica oggi ci ammanniscono in ogni occasione, con gli idoli narcisisti del successo, della fama, del denaro, del potere e a cui molti, troppi, abboccano, con danno a se stessi e alla società intera. Dire che la Caritas trae la sua vitalità, la sua apertura all'altro, la sua combattività, la sua speranza, dalla fede in Gesù Cristo, è vero ed è anche ovvio. Da qui infatti nasce il senso di fraternità, da qui la riscoperta dell'altro come messaggero di Dio, come appello del Cristo al credente. Chi si dice cristiano lo deve riconoscere. Ma è molto più pregnante e significativo che l'analisi e le conclusioni qui frettolosamente delineate siano già state anticipate da un intellettuale non credente, a beneficio di tutti: “L'uomo trasferisce le sue passioni e qualità nell'idolo. Adorandolo, l'uomo si adora. L'uomo, sottomettendosi agli idoli, è un sistema chiuso, perché in essi trova l'ombra, ma non la sostanza, di se stesso. Diventa una cosa. Dio, al contrario, è un Dio vivente. L'uomo, cercando di assomigliare a Dio, è un sistema aperto.
La contraddizione tra idolatria e il riconoscimento di Dio è, in ultima analisi, tra l'amore per la morte e l'amore per la vita” (E. Fromm, Voi sarete come dei. Interpretazione radicale dell'Antico Testamento, Roma 1970). Le donne e gli uomini della Caritas sono essi stessi un sistema aperto.

Marcello Tobia Ex obiettore Caritas

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